17/10/2008
Lettera mai scritta 1
Ciao Xxxxxa analcolica...
resto sempre sorpreso dalla varietà di argomentazioni
che gli esseri umani sanno trovare su ogni singolo argomento.
Capisco benissimo il tuo punto di vista e sono
pienamente d'accordo sul fatto che la maggior parte delle
persone sfugga il pensiero della morte in quanto spaventoso.
Mi piace l'idea che ogni racconto scritto sia un racconto di morte.
Non chiedermi cosa voglia dire: secondo me è una bella frase
messa lì per fare scena ma che dietro non ha nulla. Tipico
delle discipline psicologiche, tolto il solo behaviorismo.
Ciò detto, non sono sostanzialmente d'accordo con te.
La soluzione alla vita è la morte. Il vivere è la soluzione facile
in quanto è la più conosciuta. Morire è per pochi, per quelli
come me che hanno già visto tutto prima ancora di aprire
gli occhi. La vera banalità è rifiutare la banalità dello status quo
cioè dell'essere vivo.
La vita non ha meriti speciali per essere vissuta o amata: è l'unica
condizione che conosciamo, ci sembra politicamente corretto
viverla, ma non è così. Non lo sarà mai. Prova ne è il fatto che il
lutto viene sempre elaborato come distanza temporanea, siamo
convinti che il defunto non sia tale, ma solo momentaneamente
fuori dalla nostra vista... solo per un po'. Chi muore giace, chi vive
si dà pace... e buonanotte ai suonatori!
Concludo con un piccolo aneddoto della mia solitaria
infanzia, potrebbe spiegare qualcosa. Una notte, nel mio lettino
di bambino non ancora in età scolare, inziai a piangere a dirotto.
Avevo una paura fottuta perché avevo sognato o forse solo
immaginato il funerale di mio nonno paterno. In teoria, io avevo 2
anni quando morì quindi non poteva essere un pensiero concreto e
razionale. Forse solo un eco ancestrale.
Casualmente, c'era in camera mia nonna che aveva appena messo
a letto mio fratello e si accorse che stavo piangendo. Che io possa
ricordare, è stato l'unico momento della mia infanzia nel quale
qualcuno abbia preso a cuore i miei stati d'animo. Anyway ricordo
benissimo le mie parole. Dissi che piangevo perché avevo paura
della morte e raccontai il mio sogno alla nonna (tra l'altro
diretta interessata in quanto vedova del nonno defunto)
Non ricordo la sua risposta. So per certo che da quel momento non ho
più avuto paura della morte e anzi ho iniziato a cercarla come se fosse
un'amica, una persona comprensiva alla quale rivolgersi, un rifugio.
Forse per questo non ho mai imparato a vivere